Finalmente è partita la controffensiva di tutti i negozi di canapa italiani, infatti aumentano i growshop che hanno deciso di querelare Matteo Salvini per diffamazione, a seguito delle parole del ministro dell’Interno. I negozianti sentendosi accusati di essere diseducativi e fomentare consumo e spaccio di droghe, hanno deciso di unirsi per creare un vero e proprio movimento, che si sta strutturando con un responsabile per ogni regione italiana. Negli ultimi giorni un po’ in tutta Italia negozianti del settore della cannabis legale si sono recati a sporgere querela contro il leader leghista. L’idea di querelare il vice premier è nata da Gessica Berti, titolare del cannabis shop “Weedoteca di Budrio”, in provincia di Bologna. La querela prende corpo con l’esigenza di contrastare parole pronunciate da Salvini l’8 maggio scorso, quando con riferimento ai cosiddetti cannabis shop disse: «Io non aspetto i tempi della giustizia, la droga è un’emergenza nazionale devastante e dunque dobbiamo usare tutti i metodi democratici per chiudere questi luoghi di diseducazione di massa. Sono negozi dove ci sono droghe e che sono un incentivo all’uso e allo spaccio di sostanze. Ora usiamo le maniere forti».
A seguito di queste parole assurde Gessica Berti, la prima a farlo, si è quindi recata dai carabinieri per sporgere querela “relativa a diffamazione e altri reati ravvisabili” e dando anche la propria disponibilità a costituirsi parte civile in un eventuale processo.
Dalla querela è nata poi l’idea di coinvolgere più negozi possibili ad unirsi in questa battaglia. «Abbiamo creato dei coordinamenti regionali – racconta Gessica Berti a Dolce Vita in un’intervista – per gestire e informare tutti i negozi che desiderano querelare Salvini. Abbiamo già coordinamenti attivi in Emilia-Romagna, Abruzzo, Campania e Sardegna ed anche in Sicilia stiamo partendo». La volontà non è tanto quella di ottenere una vittoria giudiziaria, ma di alzare l’interesse mediatico intorno alla realtà dei growshop: «Dobbiamo accendere i riflettori su di noi – continua Berti – negli ultimi mesi stiamo subendo forti cali delle vendite, tanti clienti non vengono più perché hanno paura di passare guai se fermati con la cannabis light, diversi negozianti iniziano ad essere in difficoltà economica».
Ora i growshop aderenti al coordinamento si sono dati tempo fino al 15 luglio per raccogliere tutte le querele che verranno presentate contro Salvini, l’obiettivo – oltre all’attenzione mediatica – è quello di strutturare una class action per il 2020, con l’idea di chiedere al vicepremier leghista i danni per aver messo a rischio il settore con le sue parole. Per difendere gli interessi dei growshop in questa impresa si è già messo a disposizione uno dei massimi esperti in materia, l’avvocato Lorenzo Simonetti. Assurdo continua ad esser l’atteggiamento ipocrita della nostra politica italiana che rinnega le radici contadine di produzione di canapa industriale (l’italia era tra i primi produttori) ma ne vuole ricevere i proventi.
Tra i finanziatori ufficiali di Giorgia Meloni, leader del partito sovranista e proibizionista Fratelli d’Italia, c’è anche l’azionista di una multinazionale che è dentro al business della cannabis legale canadese. La cifra versata nelle casse del movimento politico non è di poco conto: 200 mila euro.
A riportare i fatti è un comunicato emesso dal movimento politico “+Europa”, che ha ricordato come un’inchiesta del settimanale “L’Espresso” abbia messo in luce come: “Il contributo di gran lunga più generoso al partito è arrivato da nomi che riconducono a una multinazionale made in Usa: messi insieme “Ylenjia Lucaselli, Daniel Hager e la Hc Consulting Srl” hanno infatti regalato al piccolo partito nazionalista 200 mila euro. Hager e Lucaselli sono marito e moglie. La famiglia di Hager è azionista della “Southern Glazer’s Wine and Spirits”, la più grande azienda statunitense della distribuzione di vini e alcolici ”. Il fatto è che la Southern Glazer’s Wine and Spirits, si è buttata a capofitto anche nel grande businness della marijuana, diventando il distributore esclusivo della cannabis prodotta dall’azienda canadese “Aphria Inc” per la quale si occupa di “fornire la copertura distributiva di prodotti a base di cannabis in tutti i punti vendita del Canada”.
Un bel colpo alla coerenza per il partito che più di tutti rappresenta il proibizionismo in Italia, non c’è che dire. Solo pochi giorni fa i militanti di Fratelli d’Italia hanno manifestato per chiedere la chiusura dei cannabis shop, ed a questo scopo hanno anche presentato una proposta di legge in Parlamento. Certo, si sa che – come dicevano gli antichi – “pecunia non olet” (Il denaro non ha odore).